30 ago 2018

Passi. Francesco Repetto

Fonte: https://alsosprachsite.wordpress.com/
Fonte: https://lestanzedicarta.blogspot.com
by Ilaria Cino
data 30 agosto 2018


Passi di Francesco Repetto
Quando si ha tra le mani un’opera che palpita, che sussulta di carnalità e misticismo, che trascina verso boschi sconosciuti, memorie, luoghi del divenire, allora è certo che siamo davanti ad un’opera di poesia; e una delle sintesi che meglio esprime la raccolta “Passi” di Francesco Repetto la troviamo nella poesia del poeta statunitense Henry David Thoreau:” Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto”.  Il midollo della vita di Thoreau, come anche l’inesprimibile nulla Ungarettiano, è ciò che si canta e decanta in questi straordinari versi, pieni di furore, saggezza e geniale follia: /Bruciami tempo/ ti prego/ istiga il mio canto/fammi sentire legato/con le tue mani addosso/ voglio guardarmi soffrire/ mischiarmi all’inferno/vivere/morire/; così proseguendo nella lettura di Fiamme e deliri: /ubriaco:/solo così mi avrete svuotato/e mi avrete riempito/ Risa, calore,/lasciate che veda,/le mie parole sono fuoco,/ed io sono impaziente/di impazzire/“.
Il nulla, luogo di visionari, di catarsi e contemplazione respira in una parola libera e musicale che penetra l’altrove animandolo di silenzi indolenti, di forme nude di erica nel vento, poiane in volo, borghi di mare, saraghi curiosi, profumi di nebbia e vitigni assonnati:/C’è stato un tempo distratto/in cui lasciarci cullare/su campi di fiori/e vitigni assonnati,/sotto cieli indolenti/nell’azzurro dei monti/atmosfere distratte/di baci infuocati/C’è sempre un tempo per le messi/ed uno/per la neve che cade,/; ma lo stesso nulla è ben colto nella sua dimensione temporale, come momento breve d’ascolto e di creazione; così il tempo, il “Cogli la rosa quando è il momento” parafrasando Whitman è una delle maggiori riflessioni che il Repetto sembra inseguire e perseguire nella sua poesia. 
La caducità dell’esperienza artistica, l’ebbrezza di “smarrirsi, contemplare, sentire per il gusto di sentire” percorre l’intera opera dove vita e arte si mesciono sublimandosi nel verso. Dall’inno alla Liguria -  terra di poeti che vive nella poesia del Repetto come in uno di quei paesaggi orfici del Campana, intrisi di sogno ed erotismo - alle poesie per il padre dove l’esperienza della morte diviene grido, elevazione poetica:/Il rancido mormorio di un respiro affannoso,/dopo anni e anni di cosa,/cos'è mai la vita, Papà?/Oggi,/stanotte,/in questo infinito momento,/cosa rimane della tua vita?/. Contro “un tempo avaro di parole e sorrisi”  sorge il “Dolce sorriso di Orfeo” , grazie al quale si conquista lo spazio della parola; uno spazio che non è mai vuoto, dove il vuoto stesso è “silente e fragoroso”, uno spazio che risuona di sensi, assonanze, pause che lasciano sospirare, che seducono l’immaginario del lettore portandolo per mano nelle foreste del poeta, regalandoci sguardi ed emozioni. 
Con il Repetto possiamo azzardare che l’orfismo conosce nuovi natali e che sulla scia di Campana prende corpo in un linguaggio erotico - mistico, tanto vivace quanto inafferrabile dal momento che batte le strade del “sentire”; verbo particolarmente caro ad Alda Merini, altro poeta italiano che ha contribuito alla storia dell’orfismo con la sua opera “La presenza di Orfeo”, e che come ci ricorda “Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente…”. La scelta di rinunciare alle gabbie metriche a favore di una propria autenticità nel canto trova una precisa volontà nel riferimento al poeta Sanguineti:/Come dice Sanguineti/il mio stile è non avere stile,/ quindi corrompo me stesso/e mi infradicio/di versi scomposti/su un’aiuola che non esiste,/e ripongo una virgola,/e un’altra parola ripongo/sull’anima del mondo/. Essendo l’autore di Genova e dedito alla poesia fin dalla tenera età è lecito supporre la conoscenza del pensiero di Sanguineti nell’approccio alla scrittura, che com’è noto si avvalse di uno sperimentalismo linguistico, di oggetti, cose, sensazioni, richiami psicoanalitici, e di tutto ciò che poteva essere utile allo sviluppo del linguaggio poetico.  
In realtà in una scrittura così appassionata che fa di Francesco Repetto una voce chiara e distinguibile tra le mille voci di questo tempo, si percepisce a mio avviso, tutto lo spirito whitmaniano dello scrivere poesie; di quest’atto misterioso a cui non c’è risposta se non quella che ci fornì Whitman circa due secoli fa e cioè “Che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso".

28 mar 2018

L'altra verità. Diario di una diversa. Alda Merini.

Fonte: lestanzedicarta.blogspot.it
by laria Cino
28 marzo 2018

L'altra verità. Diario di una diversa.
Rizzoli, 2016
Il Diario di una diversa di Alda Merini, così come fu introdotto da G. Manganelli “…. non è un documento, né una testimonianza su dieci anni trascorsi dalla scrittrice in manicomio….”. Sicuramente quando si legge Alda Merini l’ovvio e il banale sono concetti da abbandonare, dal momento che si entra in un mondo dal quale si fatica ad uscire per il paesaggio umano e divino che lo sovrasta. Che cos’è allora “L’altra verità” di Alda Merini? Sempre per Manganelli: “… è una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni, di uno spazio - non un luogo - in cui, venendo meno ogni consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale luminoso dell’essere umano…”.  Per la stessa Merini: “ … è un atto d’amore e di spietate constatazioni dei fatti ma è anche una esegesi, una implorazione e la completa distruzione di ogni filosofia e di ogni atto concettuale…”. Per me che l’ho letto felicemente più volte è un itinerario tra le luci e le ombre di una donna che ha affidato alla scrittura come ad una Sfinge oracolante il senso ultimo di un male morale; quel male strisciante di cui sono affette le società edificate sull’ordinario; quel male che vive in ognuno di noi e che si palesa di fronte allo straordinario, che altrimenti non sa spiegarsi la diversità se non con il rifiuto, la calunnia, la colpa, la paura, l'odio e l’isolamento. 
Questo è il vero inferno di cui siamo prigionieri se non ci armiamo come Titani di quell'intelligenza amorosa che ci guida nella comprensione di noi stessi e degli altri, e che Alda Merini ha ben indagato e compreso in questa sua opera: "... Il vero inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano...". 
Il Diario di una diversa è un libro scritto per i diversi, che non sono altro che i nostri simili, persone normodotate come noi, dotate di personalità, di idee e sentimenti. Ma se in questo impasse del noi consideriamo la volontà come una bilancia che pesa il vero, che ci dice quanto siamo disposti a capirci e a capire, allora ecco che le somiglianze e le differenze si riducono ad una mera questione di volontà. E’ la nostra volontà il quantum determinante che ci porta a percepire l’altro come un nostro simile o un diverso, con tutta la tolleranza che ne consegue. E la Merini aveva questo quantum elevato alla N….(volendo usare un linguaggio matematico), l’esperienza del manicomio è stata la stramba occasione per dimostrarlo prima a se stessa e poi a Pierre, a Cleo, ad Aldo, alla Z., e a tutti quelli con cui è entrata in contatto, rivoluzionando le loro vite, riempiendole di amore e comprensione.